L’eco-pascolo per la manutenzione dei parchi urbani

L’eco-pascolo per la manutenzione dei parchi urbani

dott. Ruggero Amato*


Accade talvolta che la moderna tecnologia sia sopravvalutata, se messa a paragone con “tecnologie” ben più antiche. E’ questo sostanzialmente il caso della gestione del verde urbano (quantomeno di alcune aree verdi urbane): la necessità di dare una nuova spinta all’economia ed all’industria, il desiderio di sperimentare la modernità e forse anche la volontà di instaurare solidi rapporti commerciali con le grandi potenze straniere fece sì che nel dopoguerra in Italia si abbandonasse l’uso del bestiame nella gestione delle aree verdi in favore di macchinari e diserbanti, generalmente di origine americana.

Al di là della concepibile euforia per tutto cio’ che è nuovo si deve, o quantomeno si dovrebbe, razionalizzare alcuni aspetti della separazione della vita rurale da quella urbana. Nel caso specifico di cui sopra è evidente che: l’utilizzo di macchinari è sì legato all’aumento di posti di lavoro (quantomeno in ambito industriale) ed al prosperare delle industrie, ma và d’altro canto detto che i macchinari e la loro produzione incidono in maniera estremamente negativa sulla quantità di inquinanti rilasciati nell’ambiente ed inoltre i posti di lavoro creati dall’industria sono concretamente “prelevati” dalla campagna, per non parlar del fatto che la
diminuizione delle aree di pascolo (che dunque un tempo comprendevano le aree verdi urbane) ha costretto le aziende zootecniche alla diminuizione del numero di capi allevati od all’industrializzazione degli allevamenti stessi, passando da un regime di allevamento estensivo ad uno intensivo, in cui di fatto gli animali sono del tutto privati della possibilità di pascolare.

I diserbanti sono indubbiamente un’arma estremamente efficiente nella gestione delle piante infestanti ma allo stesso modo rappresentano una fonte pericolosissima di inquinamento, avendo effetti teratogeni, mutageni e cancerogeni ampliamente dimostrati e confermati. Tenendo conto che l’unico tipo di inquinamento legato agli animali da pascolo consiste nelle deiezioni, che fungono per altro non solo da concime in senso stretto (apportando minerali quali azoto, potassio, fosforo) ma anche da “miglioratori” della qualità del terreno, arricchendo la struttura della terra stessa ed incrementando la quantità di materiale biologico che a sua volta funge da “starter” per micro/macrorganismi buoni che popolano il suolo, pare evidente la superiorità del pascolo nei confronti dei diserbanti, quantomeno da un punto di vista ecologico.

Và da sé che discutere positivamente di quanto fatto in passato senza poi concretizzare alcunchè corrisponde per definizione a predicare bene e razzolare male… Fortunatamente da questo punto di vista qualcosa si sta muovendo: sono sempre di più le città che sfruttano la tecnica dell’ecopascolo per gestire il proprio verde urbano. A dirla tutta il termine “ecopascolo”, per quanto indubbiamente gradevole nel suo ammiccare al risvolto ecologicamente positivo che porta con sé, potrebbe trarre in inganno: nulla vi è di diverso tra il pascolo e l’ecopascolo, se non la zona in cui gli animali si alimentano.

In altre parole le città, i parchi ed i privati che sfruttano l’ecopascolo assoldano un gruppo di animali, generalmente ruminanti di piccola taglia (capre o pecore, a seconda del tipo di vegetazione da controllare) perché si nutrano delle piante infestanti, in modo tale da evitare di dover utilizzare erbicidi o macchinari.

Capre e pecore dal canto loro poco se ne importano se si trovano a pascolare tra gli appennini od al centro di New York.

Un aspetto sicuramente molto interessante dell’ecopascolo è la possibilità di organizzare gli animali per far fronte alle diverse necessità: capre e pecore infatti si nutrono in modo completamente diverso, le prime brucano nutrendosi dunque di rovi e cespugli, senza mai toccare l’erba che cresce sul suolo; le seconde invece pascolano, nutrenodsi per l’appunto delle erbe che crescono sul suolo e mantenendo per altro le stesse ad un’altezza massima di 5-10 cm (le pecore tagliano i fili d’erba, non strappano le piantine, evitando dunque il rischio di formare aree brulle o prive di vegetazione). Si deduce a questo punto che aree più “boschive” possono essere mantenute meglio dalle capre, grandi distese erbose necessitano invece dellepecore, aree miste, chiaramente, di greggi misti.

Spesso capita che le belle idee rimangano quel che sono: idee, senza mai riuscire a concretizzarsi.

Fortunatamente nel caso dell’ecopascolo le cose sono andate un po’ diversamente, soprattutto di recente: l’esempio probabilmente più celebre, al di fuori del territorio europeo, è il Riverside Park di New York City in cui 24 capre collaborano attivamente con il personale umano nella gestione del parco stesso (per di più ogni anno viene eletta la capra preferita dai cittadini); in Europa l’ecopascolo è già realtà ( o quasi) in molte capitali tra cui Berlino (Wannsee Campus), Brussels (Climate Plan di Brusseles, progetto Eco-grazing) e Parigi (Paul Letheux ha fondato l’azienda GreenSheep, con cui gestisce greggi per più di 2000 capi che servono sia aree pubbliche che zone verdi private), oltrechè in varie zone della Francia (La SNCF – Société Nationale des Chemins de fer Français – l’azienda che gestisce le ferrovie francesi – ha attualmente 50 test in atto, con altrettante greggi ed in diverse zone ferroviarie, pecore e capre ripuliscono il tragitto dei binari) come in Camargue, in cui si utilizzano i cavalli.

A dir la verità alcuni tentativi sono stati proposti, realizzati ed in alcuni casi sono ancora in atto anche in Italia, probabilmente da questo punto di vista l’esempio migliore è quello del Parco della Caffarella a Roma, in cui circa 1000 tengono a bada la crescita delle erbacce producendo poi latte e formaggio; ancora tale strategia di gestione del verde è stata adottata nel 2015 a Ferrara mentre molte sono le proposte per altri parchi urbani (a Torino; vari parchi di Roma tra cui Villa Borghese) anche se, come spesso accade, sin ora si è preferito parlarne piuttosto che mettere in atto qualcosa di concreto.

In sintesi dunque l’ecopascolo è effettivamente una valida alternativa, se non sostitutiva quantomeno di affiancamento, ai metodi “tradizionali” (si fa per dire, dato che ovviamente l’ecopascolo è ben più antico, sarebbe meglio dire che è un’alternativa tradizionale ai metodi moderni) per quel che riguarda la gestione del verde urbano e non solo, con chiarissimi risvolti positivi sia per quanto riguarda il benessere dei cittadini che dell’ambiente in generale, c’è dunque da auspicarsi che, tanto per cambiare, in questo caso le belle idee e le belle parole si possano tradurre anche in progetti concreti ed efficaci.

 

*dott. Ruggero Amato, Università degli studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Medicina veterinaria e Produzioni animali

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